Da dove eravamo partiti prima di lanciarci nella campagna 2013...

Nella città che da oggi ha la sua linea Bus Rapid Transit, Brt per gli amici, un'operazione interessante (ma state attenti ai cordoli!) che rischia di fare la fine della Ztl al centro storico, con i suoi costosi cartelli luminosi subito spenti o del senso unico agli archi della marina, subito tornato doppio, la metropolitana troneggia come emblema del sogno perduto, della morte di una città che un tempo aveva il coraggio di immaginarsi metropoli, eretta a simbolo del progresso e dell'abbandono di una mobilità sostenibile, con le sue vuote fermate e i suoi infiniti cantieri. I tunnel vuoti, le indagini aperte, i lavori fermi, le voragini nelle strade raccontano in una triste metafora la cattiva amministrazione del Comune, l'anarchia per i forti e la repressione vigliacca verso i più deboli, gli interi quartieri lasciati a se stessi, i beni pubblici abbandonati, l'uso privatistico del demanio e la cementificazione della costa.

 

In questa bella Catania che sorride entusiasta per un nuovo autobus, tentando di non piangere per la condizione in cui versa, gli sguardi spenti di qualche giovanotto rampante iniziano a guardarti dai manifesti, nuovi posti di lavoro vengono promessi da galoppini assunti dai CAF nei quartieri popolari, e alle cittadine e ai cittadini catanesi viene chiesto di scegliere tra rassegnazione e rimpianto, in una rincorsa al meno peggio tra Raffaele Stancanelli ed Enzo Bianco.

 

Credono che Catania siano cittadine e cittadini piegate/i al fascino dell'epopea berlusconiana e ancora disposte/i ad auto-flagellarsi eleggendo chi negli ultimi 13 anni ha saccheggiato la città. Sono convinti che Catania siano donne e uomini cieche/i ai cambi di casacca, alle clientele, alle spalle voltate, alle promesse mancate,ai progetti mai realizzati da una classe politica sempre uguale e sempre più arrogante.

 

Eppure in questi anni abbiamo vissuto una città lontana dalle loro convinzioni. Siamo state/i una città diversa.

Catania è migliaia di ragazze e ragazzi che scendono in strada difendendo il loro diritto al futuro e all'istruzione, le/i precarie/i che hanno occupato per due mesi il Provveditorato. Catania è pentole rumorose e arrembaggi al Palazzo comunale mentre chiuso in una stanza ilConsiglio approva privatizzazioni e aumenti delle tasse. Catania sono le fontanelle libere e le battaglie per l'acqua bene comune. Catania è aggregazione dal basso in quartiere, in spazi liberati nei qualisi fa doposcuola, politica, palestra e lotta. Catania sono le urla di rabbia e le mani pulite per resistere a cariche violente e rancorose di uomini in divisa, di carabinieri, di vigili urbani. Catania sono le notti passate dentro una scuola, dentro un'Università, sotto un palazzo, dentro un ufficio per dimostrare che la lotta per la giustizia sociale, per il salario, per un diritto vale più del riposo, del calduccio, del conforto della propria casa, dell'indignazione silenziosa dietro la comodità di un monitor. Catania è la lotta per il diritto alla casa. Catania è il coraggio di ribellarsi alla mafia, di guardare in faccia i potenti, di denunciare l'arroganza dei poteri forti. Catania è la memoria di Pippo Fava. Catania sono le persone oneste che tirano la cinghia per arrivare a fine mese, che aspettano il loro turno al pronto soccorso senza chiamare l'amico dell'amico, le donne e gli uomini che si ostinano a reclamare diritti senza chiedere favori, le cittadine e i cittadini che non si sono arrese/i e sognano una città diversa.

 

Permettere alla miseria dei nostri tempi di cancellare questa immagine di Catania, lasciarsi deprimere dall'idea sbagliata che bisogna accontentarsi del meno peggio è il segno di una sconfitta che non possiamo accettare senza reagire.

 

Perché non risulterebbe sconfitta solo la politica pulita, che ha rifiutatole clientele e il compromesso, non si spegnerebbe solo l'entusiasmo di chi ancora crede di poter cambiare le cose e che esiste un'alternativa all'emigrazione. Perderebbero le/i cittadine/i che vorrebbero uscire dalla povertà, dallo sfruttamento, dal dominio dei poteri forti e della mafia. Perderebbe la Catania povera, vittima di coloro che hanno scientificamente impedito che si creasse una ricchezza diffusa, fautrice pericolosa di dignità, libertà e legalità. Una povertà dilagante che investe trasversalmente i quartieri, che ringalluzzisce il potere di ricatto della criminalità organizzata e della politica delle clientele, una povertà triste che intacca pesantemente la dignità e che rende tragicamente affollatele strutture della Caritas. E per sbarcare il lunario non bastano più i sotterfugi, i ripieghi, i pacchi di pasta, gli assegni sociali e neanche le promesse vane di qualche politicante.

 

Se chi si è sempre battuto per il cambiamento delegasse ad altri la costruzione dell'alternativa, su questa povertà tornerebbe il silenzio colpevole che avvolge Catania da anni.

 

Nel Palazzo degli Elefanti nessuna parola è stata detta sul disagio sociale, nessun interesse è stato espresso verso lavoratrici e lavoratori che perdono il posto, su dipendenti che non prendono lo stipendio. Politici di ogni schieramento hanno preferito parlare di affari, coprire le responsabilità sul debito, auto-assolversi difronte i mille problemi della città. Tutti innocenti: Scapagnini,buon anima, col suo miliardo di euro di debiti, Stancanelli con la sua incapacità. E i vari Leanza, Lombardo, Forzese, Pistorio, tutti complici del disastro delle destre e oggi pronti a riciclarsi.

 

Allora forse è il caso di prendere in mano il proprio destino, senza restare “con le mani pulite ma in tasca”. Per creare uno squarcio nel loro silenzio, per destrutturare la loro omertà e mettere in pratica le proposte elaborate in anni di lotte, di assemblee, di cantieri per l'alternativa. Se continuassimo a delegare ci trasformeremmo in quei profeti che dopo i disastri si compiacciono del loro “ve l'avevo detto” in quelli che sanno solo contestare senza metterci la faccia, senza mettersi alla prova. Un po' come chi“dà buoni consigli se non può dare cattivo esempio”. Tra la rassegnazione e il rimpianto esiste lo spazio per il coraggio, per chi sa osare senza la paura di fallire. E nell'ambito del coraggio,oltre i salotti accademici e le liti 2.0, possono trovare un senso quella sinistra, quelle lotte per i beni comuni, quelle esigenze di diritti e tutele che rischierebbero di essere schiacciate solo per la paura di venire allo scoperto, di alzarsi in piedi.

 

La sfida è quella di esserci in campagna elettorale, con le nostre proposte, il nostro programma, con i volti conosciuti in tante lotte,con chi non è mai stato a lamentarsi senza agire, con chi non si scopre rivoluzionario e amorevole verso la sua città solo durante le elezioni.

 

Altrimenti faremo la fine della metropolitana, superba e ambiziosa ma incapace di essere utile alla sua città, rimpiazzata dall'autobus che in mezz'ora dovrebbe collegare i due obelischi a piazza Stesicoro. E quella Catania che non si è mai arresa sarebbe già sconfitta, prima che inizi la campagna elettorale.

 

Matteo Iannitti - 23 Aprile 2013

Sabato 8 Giugno 2013

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